Questa mattina, al Bagno Kalima di Viserba, molte persone accompagneranno Aloha nel suo ritorno al mare. Alle 10.30 ci saranno telefoni alzati, qualche applauso e, certamente, un po’ di emozione.
Sarà un momento bello. Ma la parte più importante di questa storia è accaduta prima, durante ventisei giorni senza pubblico.
Aloha è una giovane tartaruga marina, ritrovata il 18 agosto in condizioni di forte debolezza. Era rimasta immobile così a lungo da essere ricoperta di balani. Da quel momento, alla Fondazione Cetacea, qualcuno l’ha controllata, curata, nutrita e attesa ogni giorno. Gesti piccoli, pazienti, ripetuti. Gesti che nessuno ha fotografato e per i quali non c’è stato alcun applauso.
È da qui che si riconosce di che cosa è fatta una comunità: non dal minuto vissuto davanti al pubblico, ma dai ventisei giorni trascorsi senza che nessuno guardasse.
La cura e la speranza dovrebbero diventare le architravi del nostro quotidiano. La cura delle persone, degli animali, della natura e delle relazioni: perché la cura non può essere divisa in compartimenti. Quando impariamo a non voltarci dall’altra parte, a non considerare nessuna vita insignificante, qualcosa cambia dentro di noi e nel mondo che abitiamo.
Qualcuno potrebbe obiettare: un mese di lavoro per una tartaruga, mentre intorno a noi ci sono tante persone delle quali nessuno si prende cura. Ma questa obiezione nasce dall’idea sbagliata che la cura sia una risorsa limitata, da distribuire con prudenza.
Non è così. La cura non si consuma quando la doniamo: si moltiplica, si allarga, diventa uno stile.
Un territorio capace di organizzarsi per salvare una tartaruga si sta allenando a non lasciare indietro nessuno. E questo allenamento può continuare in un pronto soccorso, sul pianerottolo di un condominio, in una scuola, alla porta di un Centro di ascolto.
C’è, però, una differenza che non possiamo nascondere. Aloha avrà il suo pubblico sulla spiaggia. Molte delle fragilità che incontriamo non avranno nulla di tutto questo. Nessuno annuncerà l’ora e il luogo per la vicina che da tre settimane non riesce a scendere le scale, per il ragazzo che a scuola non parla con nessuno, per l’uomo che ogni sera prepara il proprio cartone sotto un portico.
Quelle cure resteranno invisibili dall’inizio alla fine. Eppure sono proprio quelle a raccontare chi siamo davvero.
San Francesco riconosceva nelle creature dei fratelli e delle sorelle. Non era soltanto poesia: era il modo più radicale per affermare che, agli occhi di Dio, niente e nessuno è materiale di scarto.
Allora la domanda di oggi è semplice e vicinissima: chi, nel mio piccolo mondo, è rimasto fermo troppo a lungo senza che nessuno se ne accorgesse?
Forse basta un messaggio, una telefonata, una scala salita, una spesa portata fino alla porta. Forse basta fermarsi, ascoltare e dire: “Io ci sono”. Sono gesti minuscoli con i quali aiutiamo qualcuno a liberarsi, poco alla volta, da ciò che la solitudine e la fatica gli hanno accumulato addosso. Senza fotografie e senza applausi.
Non possiamo più rimandare la costruzione di un mondo nel quale ciascuno si prenda cura dell’altro. E quel mondo non comincia domani, né dipende sempre da qualcun altro.
Comincia da chi si accorge per primo. Comincia da me, comincia da te. È venuto il momento di prenderci cura.
Fonte: Una tartaruga curata per ventisei giorni torna in mare a Viserba (Newsrimini)

Il pubblico sulla spiaggia di cui parla il commento,
quello che moltissime fragilità non avrà mai.