C’è una parola che quest’anno sembra andare bene a tutti: sobrietà.
Il Rapporto Coop racconta un Paese che lavora di più e guadagna meno, che torna a mangiare in casa, che acquista meno cose e prova a riconoscere, dentro quel “meno”, un valore. Detta così, potrebbe sembrare una buona notizia: forse siamo diventati più consapevoli. Eppure, la stessa parola, persino nello stesso supermercato, può raccontare vite profondamente diverse.
C’è la sobrietà di chi può permettersela.
È la scelta di chi, pur non avendo particolari difficoltà economiche, decide di comprare meno e meglio, di cucinare invece di ordinare, di evitare gli sprechi. È una scelta autentica e possiede una sua bellezza: nessuno deve sentirsi in colpa per averla compiuta. Ma rimane una scelta e, come tale, domani può essere cambiata.
Poi c’è la sobrietà che nessuno ha scelto.
Negli ultimi anni il potere d’acquisto di tante famiglie si è ridotto pesantemente e in poco tempo. Chi non arriva alla fine del mese compra meno semplicemente perché non può comprare di più.
Quando questa rinuncia viene raccontata come maturità, accade qualcosa di sottile e crudele: a una persona viene tolto persino il diritto di dire che sta facendo fatica. Se la povertà viene chiamata “stile di vita”, chi la attraversa rischia di non trovare più le parole per raccontare come sta davvero.
Nei nostri Centri di ascolto lo vediamo ogni giorno: spesso la vergogna arriva prima della richiesta. Ci si presenta quasi chiedendo scusa, come se non riuscire a pagare la spesa fosse una colpa o un difetto personale.
Esiste, però, una terza sobrietà. Ed è la fessura attraverso la quale può entrare la luce.
È quella di chi, pur potendo comprare, sceglie di prendere qualcosa in meno per sé e di lasciare qualcosa a chi fa fatica. È la spesa sospesa: un pacco di pasta, una bottiglia di latte, una confezione di pannolini affidati alla cassa per una persona che non conosciamo e che, forse, non potrà mai ringraziarci.
In quel gesto la rinuncia smette di essere soltanto uno stile personale e diventa un legame. Non è beneficenza concessa dall’alto, ma la capacità di accorgerci che il carrello accanto al nostro non è soltanto un carrello: racconta la vita, le preoccupazioni e la dignità di una persona.
San Francesco non scelse di avere meno per sentirsi migliore o più puro, ma perché nulla si mettesse tra lui, Dio e i fratelli. È tutta qui la differenza: la sobrietà può renderci semplicemente soddisfatti di noi stessi oppure può renderci liberi di avvicinarci a qualcuno.
La domanda di oggi, allora, è piccola e può trovare posto dentro una spesa qualunque: so se il negozio nel quale vado ogni settimana raccoglie prodotti per chi è in difficoltà? So dove arrivano e a chi vengono destinati? Quando risparmio su qualcosa, quel risparmio rimane sempre e soltanto mio oppure, almeno qualche volta, può diventare pane, latte o dignità per un’altra persona?
E quando sento dire che “ormai viviamo tutti con meno”, riesco ad accorgermi di chi, dentro quel “tutti”, con meno vive da sempre e non ha mai potuto chiamarlo virtù?
Forse è arrivato il momento di aprire la porta: quella della nostra dispensa, certamente, ma prima ancora quella del nostro sguardo e del nostro cuore.
Togliere qualcosa dal carrello è una scelta. Lasciarlo lì per un altro è già un incontro. E ogni incontro può diventare una porta aperta.
Fonte: Il Rapporto Coop: comprare meno diventa un valore – Avvenire

La spesa sospesa vista da vicino: roba comune, comprata da qualcuno e lasciata per qualcun altro