Dal 4,4% al 28%. In poco più di vent’anni la quota di chi entra in cura per cocaina e crack si è moltiplicata per sei, e in alcune carceri riguarda quasi due persone su tre. Gli stessi numeri si possono leggere come un allarme da contenere — più controlli, più sequestri, più muri — oppure come una domanda che nessuno ha ascoltato per vent’anni. Perché dietro ogni punto percentuale c’è qualcuno che a un certo punto ha cercato altrove qualcosa che non trovava.

Persona o problema: è davvero la domanda che dovrebbe accompagnarci ogni volta che incrociamo qualcuno alla stazione, sotto un portico, all’ingresso di un centro di ascolto. Non è una sottigliezza di linguaggio: cambia quello che facciamo nei tre secondi successivi. Se vedo un problema, giro la testa dall’altra parte: schiavo dell’indifferenza, difficilmente mi attiverò per cercare una soluzione. Se vedo una persona, mi fermo. E il fermarsi è già una cura che nessuna statistica misura.
Prima le persone, dunque. Prima lo stare insieme, il tessere legami, la fraternità: perché quasi sempre, prima della sostanza, c’è un vuoto. La solitudine di chi non ha nessuno che gli chieda come sta. L’isolamento di chi si è allontanato talmente piano che nessuno se n’è accorto. La dipendenza non è quasi mai la prima cosa che accade a una persona: è quello che resta quando il resto se n’è andato.

E allora proviamo a dirla così: sono le persone la vera sostanza. Le relazioni danno uno sballo umano, inebriante, unico, non è tossico e non costa niente. Non c’è nessuna euforia chimica che regga il confronto con qualcuno che ti chiama per nome, che si ricorda di te il giorno dopo, che ti aspetta. È una sostanza che non si compra e non finisce, ma va coltivata: si ottiene solo dandola.

Qui il “che cosa posso fare io” diventa concreto e alla portata di tutti. Non serve essere operatori. Serve smettere di attraversare la strada. Serve un buongiorno detto guardando negli occhi, un caffè offerto senza fretta, un nome imparato e usato. Serve resistere alla frase più comoda di tutte, “si è sempre fatto così”, “ormai è perso”, che è il modo educato per dire che abbiamo smesso di aspettare qualcuno. Nessuno è perso finché c’è chi lo aspetta.
Riconoscere un fratello dove saremmo tentati di vedere solo un caso: è la conversione di sguardo che ci è chiesta. Non risolve le dipendenze, e non lo pretende. Ma decide se una persona resterà sola dentro la sua, oppure no.

Nessuno esce dalla solitudine da solo. Serve la mia presenza!

Fonte: Valigia Blu

Due persone che si parlano attraverso la vetrata di un bar, sguardo negli occhi.
Perché questa: il buongiorno detto guardando in faccia, non di sfuggita: da lì cambia tutto il resto.

Mike Jones, Licenza Pexels

Due persone che si parlano attraverso la vetrata di un bar, sguardo negli occhi.
Perché questo: il buongiorno detto guardandosi negli occhi, è da lì cambia tutto il resto.
Mike Jones, Licenza Pexels