Alle sette del mattino un ragazzo di quindici anni alza sua madre dal letto. Le prepara la colazione, controlla che le medicine siano quelle giuste, poi corre a scuola. In classe nessuno lo sa. Se crolla sul banco alla terza ora, penseranno che ha passato la notte al telefono. Di lui i giornali non scriveranno. Tranne il giorno in cui combinerà un guaio.
Per questo mi ha colpito il disegno di legge sui caregiver familiari. Per la prima volta è scritto nero su bianco che anche un minorenne può essere una persona che si prende cura di qualcun altro, e la soglia Isee sale a 25 mila euro. Una fatica che nessuno vedeva, portata da chi non ha voce per raccontarla, adesso ha un nome.
Però una cosa mi mette a disagio. Dare un nome a questo peso lo alleggerisce, o lo fa sembrare normale? Temo la seconda strada. Sappiamo come si chiama il problema, ringraziamo chi lo porta, lo lasciamo esattamente dov’è, e il riconoscimento diventa il più comodo degli alibi.
Una legge da sola non basta. Serve il vicino che si accorge della luce accesa in cucina alle sei. L’insegnante che, invece di mettere una nota, fa una telefonata a casa. L’allenatore, il parroco, voi, io.
Siamo velocissimi a vedere i ragazzi quando rompono qualcosa. Ci vuole un’eternità per accorgerci di quando ne stanno tenendo insieme un pezzo, da soli, in silenzio, senza chiedere niente a nessuno. Sono gli stessi ragazzi. E guardarli meglio non ci costa niente.
Accompagnare vuol dire stare accanto e lasciare che il compito resti loro, perché un adulto che fa tutto al posto di un ragazzo gli porta via l’unica cosa che lo fa crescere. Un ragazzo cresce se gli affidiamo una responsabilità vera e accanto trova un adulto che non scompare. Una responsabilità lasciata sola schiaccia invece di far crescere. E a quindici anni la solitudine ferisce, e quel livido te lo porti dietro per anni.
Allora la domanda di oggi la faccio prima a me stesso. Io me ne accorgo? Di quel ragazzo sempre di corsa, che risponde “tutto bene” guardando l’orologio. Mi fermo ad ascoltare la risposta o mi accontento della formula? E nella mia comunità ai giovani diamo compiti veri o soltanto ruoli decorativi buoni per le foto?
Francesco aveva poco più di vent’anni e le idee confuse quando è partito da casa. Qualcuno gli ha creduto molto prima che diventasse san Francesco, e credo che Dio chieda a noi la stessa cosa: occhi aperti e una mano libera.
Molti dei nostri ragazzi, nel silenzio delle loro case, stanno già reggendo pezzi di mondo. Vedere. Poi avvicinarsi. Questa settimana provate a mettere un nome su quel ragazzo, uno soltanto, e fate la vostra parte: una telefonata, o mezz’ora del vostro tempo.
Pace e bene.
Fonte: Caregiver, cambia il disegno di legge: soglia Isee fino a 25mila euro e riconoscimento anche dei minorenni (Vita)

È il passaggio tra generazioni… senza volti da esibire