In quasi ogni quartiere c’è un’associazione che da vent’anni tiene aperta una porta. Non ha un ufficio progetti né consulenti, e quando esce un bando qualcuno resta alzato fino a tardi a riempire caselle che con la giornata appena vissuta c’entrano poco. Da qualche tempo quel qualcuno può farsi aiutare dall’intelligenza artificiale. In pochi giorni ha tra le mani un testo ordinato e competitivo. È una buona notizia, perché la forma curata smette di essere un lusso per chi può pagarsi un consulente.
Poi arrivano i numeri. Al bando ACT 2026 della Fondazione Unipolis sono arrivate 1.046 candidature, contro le 743 dell’anno prima, e i progetti finanziati sono cinque. Migliaia di ore di lavoro e di speranze finiscono nel nulla. Chi valuta ha davanti pile di progetti impeccabili, sempre più difficili da distinguere, e sa che dietro a ciascuno c’è qualcuno che ci ha messo il cuore.
Una macchina sa scrivere la pagina e sa anche come piacere a chi valuta. I vent’anni di porta aperta, con i volti e i nomi che sono passati di lì, li conosce solo chi c’era. Un caffè seduti in quella stanza dice cose che nel quadro logico non entrano. Le piccole associazioni come quella sono maestre di umanità, anche senza un ufficio progetti, e se un sistema non le vede più tocca a noi guardarle.
Nel 1219 Francesco attraversò le linee della crociata e si presentò al sultano a Damietta. Senza un dossier, con addosso il saio. Si lasciò guardare in faccia. A noi va meglio: la porta da bussare è a pochi minuti di macchina.
Lo dico prima di tutto a me. So bene che la sera siamo stanchi e le scadenze incalzano. Ma qualcosa da fare c’è. Prima di assegnare un punteggio, usciamo dall’ufficio e andiamo a vedere chi c’è dietro le pagine. Chi scrive un progetto ha la sua storia in mano e può raccontarla com’è, piccola e fragile, senza truccarla per piacere. In rete conviene presentare una domanda sola, insieme. E chi non valuta e non scrive bandi può bussare a quella porta e sedersi ad ascoltare.
Chi comincia questa settimana?
Fonte: La mazzata dell’IA sui bandi per il Terzo settore (Avvenire)

È il lavoro ordinario che nessun formulario riesce a raccontare: ore, mani, presenza.