Un uomo scende in un rifugio con una chitarra mentre risuona la sirena dell’allarme. Non porta medicine, non porta pane, non può fermare ciò che accade sopra le loro teste. Porta una canzone.
Fabio De Vincente vive a Kyiv dal gennaio 2024 e, in un Paese ferito dalla guerra, ha tenuto quaranta concerti, spesso sottoterra, nei bunker dove la gente cerca riparo durante gli attacchi. Ha inciso con una cantante ucraina un brano in italiano e in ucraino, ha trascorso settimane accanto ai feriti e al personale sanitario. Quando gli chiedono perché lo faccia, risponde con semplicità: «Non potevo restare in Italia sapendo ciò che sta accadendo a quel popolo».
Qualcuno potrebbe liquidare questa storia in poche parole: un gesto inutile, forse persino imprudente. In fondo le bombe non si fermano con una canzone. È vero. Ma dietro questo ragionamento si nasconde una tentazione molto comoda: se conta soltanto ciò che risolve completamente un problema, allora non tocca mai a me agire. La pace diventa affare dei potenti, la fraternità un incarico affidato ad altri. E noi restiamo a guardare, magari indignati, ma fermi.
Il Vangelo, invece, ci indica un’altra strada. Ci ricorda che nessuno è troppo piccolo per fare la differenza. Ognuno può fare qualcosa. Forse poco, persino pochissimo. Ma quel poco può diventare decisivo per qualcuno.
Chi ascolta una canzone in un rifugio non riceve una soluzione. Riceve però qualcosa di essenziale per restare umano: un attimo in cui la paura lascia spazio alla speranza, un respiro più profondo, la certezza che il futuro non è stato completamente cancellato. E soprattutto riceve un messaggio prezioso: non sei stato dimenticato.
Essere ricordati, essere attesi, sapere che qualcuno si accorge della tua sofferenza è ciò che spesso permette a una persona di rialzarsi quando tutto il resto crolla.
Lo vediamo ogni giorno anche nelle nostre città. La signora anziana che aspetta il mercoledì non soltanto per il pacco viveri, ma perché qualcuno la chiama per nome. L’uomo seduto sotto i portici che, grazie a un saluto sincero, torna per un istante a sentirsi persona e non invisibile. Non cambiamo il mondo in pochi minuti. Ma togliamo qualcuno dall’elenco dei dimenticati. E questo cambia davvero una vita.
San Francesco andò incontro al sultano mentre gli altri si armavano. Non fermò la guerra. Eppure andò lo stesso, disarmato, affidandosi alla forza dell’incontro. A distanza di secoli, quel gesto continua a parlarci.
Per questo la domanda più importante non è: «Che cosa dovrebbero fare i potenti?». La vera domanda è: «Che cosa posso fare io oggi?». Prima di sera. Prima di domani. Prima che sia troppo tardi.
Una telefonata rimandata da settimane. Un nome da imparare. Una visita. Un’ora donata a chi non ha nessuno che gli chieda come sta. Un passo verso chi è solo, ferito, scoraggiato.
È poco, certo.
Ma la pace comincia sempre così: dal poco che smette di aspettare.
La pace non è un mestiere riservato a pochi. È una responsabilità affidata a ciascuno di noi. Nasce quando, con le mani quasi vuote ma con il cuore aperto, decidiamo di non delegare più a nessuno la fraternità. E iniziamo, finalmente, a viverla.
La pace non è un mestiere per pochi: comincia da chi, con le mani quasi vuote, decide di non delegarla più a nessuno.
Fonte: “La bella vita”Chi è l’unico cantautore italiano a esibirsi in tour in Ucraina (Linkiesta)

Il tempo regalato a una persona alla volta, che è il modo in cui la fraternità si trasmette