C’è un ragazzo che nel 2001 non era ancora nato e che oggi manda agli amici una battuta sull’11 settembre per raccontare che gli è andata male un’interrogazione. A molti di noi, leggendo quella battuta, si stringe qualcosa nello stomaco: “Non si scherza sui morti. Non hanno rispetto di niente”.

Eppure, nella stessa storia, c’è Pete Davidson, che quel giorno ha perso suo padre, un vigile del fuoco. E proprio di quel dolore ha fatto anche materia del suo lavoro e della sua comicità. Non perché non rispetti ciò che è accaduto, ma perché il dolore se lo porta addosso ogni giorno e ha trovato un modo per non lasciarsene schiacciare.

Due persone. La stessa tragedia. Due linguaggi diversi. E tutti e due autentici.

Forse è proprio qui la domanda che ci viene consegnata oggi: qual è il linguaggio che arriva davvero al cuore delle persone?

Se siamo diversi per età, storia, esperienze, ferite e sensibilità, allora è normale che siano diversi anche i linguaggi. Non esistono verità diverse. Esistono però porte diverse attraverso cui una stessa verità può entrare nella vita di qualcuno.

Chi ha vissuto quel giorno porta dentro immagini, emozioni e ricordi che chiedono silenzio e rispetto. Chi non c’era, invece, ha bisogno di strumenti diversi per comprendere, per avvicinarsi, per sentire che quella storia riguarda anche lui. E a volte questi strumenti ci sembrano irriverenti semplicemente perché non appartengono al nostro modo di comunicare.

Forse questa riflessione riguarda anche noi più di quanto immaginiamo.

Nei nostri ambienti ecclesiali e nel mondo della Caritas abbiamo un linguaggio consolidato. Conosciamo le parole giuste, i dati sulla povertà, i progetti, gli incontri, gli appelli. E quando qualcuno non ci ascolta, la spiegazione arriva in fretta: “Non gli interessa”, “I giovani sono fatti così”, “Tanto ormai non capiscono”.

Ma siamo proprio sicuri che il problema sia sempre nell’orecchio di chi ascolta?

Forse, qualche volta, è nella lingua di chi parla.

Un quindicenne raramente si appassiona leggendo un documento. Molto più facilmente si lascia coinvolgere da una testimonianza, da un video, da un’esperienza concreta, da un pomeriggio in mensa in cui qualcuno lo accoglie, scherza con lui e gli permette di vedere da vicino il volto di chi è nel bisogno.

Questo non significa che tutto valga allo stesso modo.

Un linguaggio si giudica da una cosa essenziale: se aiuta a riconoscere la dignità di chi soffre oppure se la calpesta. Se crea incontro oppure distanza. Se apre il cuore oppure lo chiude.

Per questo, prima di scandalizzarci, forse dovremmo domandarci: stiamo davvero difendendo il dolore di qualcuno o stiamo semplicemente difendendo le nostre abitudini?

San Francesco lo aveva capito bene. A Greccio non fece una lunga predica. Mise davanti agli occhi della gente un bambino, una mangiatoia, un bue, un asino e un po’ di paglia. Non cambiò il Vangelo. Cambiò il linguaggio.

La gente comprese perché si sentì coinvolta.

Ed è una domanda che oggi può diventare anche preghiera.

Con chi ho smesso di parlare perché penso che tanto non capirà?

Un figlio. Un nipote. Un volontario giovane. Un vicino di casa. Una persona che vede il mondo in modo diverso dal mio.

Forse il primo passo non è convincerlo. È ascoltarlo.

Provare a capire da cosa nasce la sua gioia, che cosa lo fa sorridere, quali paure si porta dentro, quali ferite custodisce. Provare, almeno per un momento, a parlare la sua lingua.

Non è cedere. Non è rinunciare a ciò che siamo.

È fare ciò che ha fatto Gesù: avvicinarsi.

E forse, in un tempo che fatica a incontrarsi davvero, questa è una delle forme più concrete della carità.

Se non ci capiscono, forse non dobbiamo cambiare interlocutore. Forse dobbiamo imparare un’altra lingua. E farlo in fretta, perché tante persone stanno aspettando qualcuno che sappia finalmente parlare al loro cuore.

Fonte: La memificazione dell’11 settembre (Il Post)

Il linguaggio dei più giovani guardato insieme a loro, invece che giudicato da fuori. RDNE Stock Project, Licenza Pexels

Il linguaggio dei più giovani guardato insieme a loro, invece che giudicato da fuori