«Ho visto morire due amici, dopo ventiquattro anni di lavoro non mi resta nulla.» In una riga sola, un uomo di Taranto ha messo tutte e due le perdite: gli amici e il lavoro. Non l’una o l’altra. Tutte e due.
Ecco perché la domanda «meglio la salute o il posto?» è una domanda truccata. Sembra realistica, e intanto fa una cosa precisa: mette la vita su un piatto della bilancia, come se avesse un prezzo e si potesse trattare. La vita non ha prezzo. Non è una merce da scontare quando i conti non tornano.
Eppure è così che da decenni si parla a chi entra in quella fabbrica: o lo stipendio o l’aria pulita, scegli. Chiamiamolo per nome: è un ricatto. E un ricatto non è una scelta, è quello che resta quando a qualcuno le alternative sono state tolte. Chi lo subisce, alla fine, si sente pure in colpa: perché ha accettato.
Non può essere il denaro a orientare la bussola. Quando il massimo profitto diventa il criterio, tutto il resto diventa un costo da comprimere: la sicurezza, l’aria, i polmoni, gli anni. E quando i costi non reggono più si spegne, si chiude, e duemilacinquecento persone restano con il cerino in mano.
Andare al lavoro non è una roulette russa. Nessuno, la mattina, dovrebbe uscire di casa mettendo in conto di non tornare, o di tornare malato fra vent’anni.
Taranto è lontana, il meccanismo no. Lo incontriamo anche qui, in piccolo: chi accetta un turno in nero perché a fine mese servono quei soldi; chi non segnala un’attrezzatura rotta per non perdere il rinnovo; chi dopo un infortunio si scusa, come se fosse stata una sua distrazione. Ogni volta che qualcuno tace per paura di perdere il posto, quel ricatto è già in mezzo a noi.
Che cosa posso fare io, allora. Intanto smettere di ripetere «non ci sono alternative»: è la frase che rende inevitabile ciò che qualcuno ha deciso. Poi guardare chi lavora accanto a me e chiedergli davvero come sta, invece di dare per scontato che regga. E quando un prezzo è troppo basso per stare in piedi, ricordarmi che da qualche parte lo sta pagando qualcuno, con qualcosa di suo.
San Francesco volle che i frati lavorassero e che dal lavoro ricevessero il necessario per vivere, mai il denaro come misura di tutto. Non era disprezzo del lavoro: era rimetterlo al suo posto, sotto la vita e non sopra.
Duemilacinquecento non è una voce di bilancio: sono duemilacinquecento tavole apparecchiate.
Nessun conto torna davvero, se a farlo quadrare è la vita di qualcuno. E il primo posto dove dirlo è quello in cui lavoro io.
Fonte: Ex Ilva di Taranto, 2.500 operai a rischio con lo spegnimento degli altiforni (Fanpage.it)

È il lavoro vero, quello che non si vede mai nei comunicati: fatica, calore, uomini dentro.