Qualche ora al giorno. Qualche pomeriggio alla settimana. È questo, quasi sempre, l’affido: non un bambino affidato per sempre, ma un bambino che, pur restando nella sua famiglia, trova anche casa nostra. Eppure, basta pronunciarne il nome perché in tanti pensino a qualcosa di enorme e definitivo, riservato a pochi eroi. È il primo equivoco da sciogliere.

Trentasei affidi e dieci adozioni in un anno e mezzo, nel distretto di Rimini. Chi lavora in quell’équipe la sua parte l’ha fatta: dopo la riorganizzazione, il tempo tra la fine del corso e l’avvio dell’istruttoria è sceso da un anno e mezzo a quattro o cinque mesi. Ma quindici iscritti all’ultimo corso non dicono che siamo gente dal cuore piccolo. Dicono che in pochi si sono sentiti chiamati, o hanno avuto paura di rispondere.

L’affido non chiede a nessuno di sostituire una madre, un padre: chiede di affiancarli. Un bambino che esce da scuola e sa che alle quattro c’è qualcuno che lo aspetta; una mamma che per due pomeriggi riesce a lavorare, a curarsi, a rimettersi in piedi; una casa in più dove quel bambino è atteso per nome. Nessuno viene tolto a nessuno: si aggiunge, e basta.

Poi ci sono le frasi che ci fermano prima ancora di informarci. «Non siamo la famiglia giusta.» «I nostri figli sono già grandi.» «E se poi mi affeziono?» Quest’ultima è la più bella obiezione del mondo: vuol dire che abbiamo già capito di che si tratta. Affezionarsi è il punto. Lasciare andare fa male, è vero. Un bambino che per un tempo ha avuto qualcuno che gli teneva il posto a tavola, quel posto lo porta con sé per sempre.

E qui casca il secondo equivoco: pensare che sia solo un dare. Chi ha aperto la porta lo sa: quello che torna indietro è sproporzionato. Una casa dove entra un bambino non è una casa più stanca, è una casa più viva. San Francesco non si è spogliato per fare beneficenza: ci ha guadagnato una libertà che prima non aveva. Chi accoglie riceve, e riceve tantissimo.

La domanda di oggi non è enorme. Non è «sarei capace di fare l’affido», ma: nel mio giro – la parrocchia, il gruppo, i colleghi, i genitori di una classe – a quante persone non è mai stato detto che questa possibilità esiste? Far girare la voce è già una forma di accoglienza. Chiedere informazioni al Centro per le famiglie non impegna a nulla, e a volte è l’unico passo che manca.

Nessuno di noi può accogliere tutti. Ma ognuno di noi ha una porta, e oggi può decidere se lasciarla chiusa o provare ad aprirla.

Fonte: Rimini, 36 affidi e 10 adozioni in diciotto mesi (Newsrimini)

Un tratto di strada fatto insieme, per un tempo... poi il bambino torna a casa sua.

Un tratto di strada fatto insieme, per un tempo… poi il bambino torna a casa sua.